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Max Moruzzi: «La stampa 3D fa parlare i materiali»

"Il processo di stampa 3D è innovativo solo se considera la vocazione delle geometrie e dei numeri a tutti i livelli, solo se fa parlare i materiali delle costruzioni attraverso l'integrazione fisica e chimica dei vari componenti" dice Max Moruzzi in un'intervista esclusiva. Una frase che sintetizza la visione di uno dei pionieri della stampa 3D, un'idea che nasce dalla competenza specialistica ed olistica dell'autore e che accenna a specifiche potenzialità inespresse.

Antonello Magliozzi

WELL AP | Head of Design & Engineering +390200624665 Ask me a question

«L’argomento della stampa 3D è più in auge che mai, ma non va meramente visto nell'ambito dell’intelligenza artificiale»

"Il processo di stampa 3D è innovativo solo se considera la vocazione delle geometrie e dei numeri a tutti i livelli, solo se fa parlare i materiali delle costruzioni attraverso l'integrazione fisica e chimica dei vari componenti" dice Max Moruzzi in un'intervista esclusiva. Una frase che sintetizza la visione di uno dei pionieri della stampa 3D, un'idea che nasce dalla competenza specialistica ed olistica dell'autore e che accenna a specifiche potenzialità inespresse. Max non è un architetto, ma ha le idee chiare su come dovrebbe essere l'architettura delle nostre città. È un ingegnere italiano, nato in Emilia Romagna, con una laurea magistrale in aerospazio e una carriera ventennale nella progettazione di applicazioni software avanzate per l'automazione dei processi produttivi. Attualmente è Head of Development Cognitive Engineer presso Augmenta.

 

È un ingegnere dirompente, con un’attitudine per la ricerca e l’innovazione, ma nello stesso tempo è anche un sognatore curioso che si è spinto a lavorare all’estero per iniziare progetti mai fatti prima. Max Moruzzi ha infatti assecondato una passione verso i numeri e le geometrie che aveva sin da ragazzo e, grazie ai suoi studi presso il Politecnico di MIlano, ha indagato sulle potenzialità di nuovi linguaggi della scienza e su concetti di “digital twin” ante litteram. Nel 2002 si è trasferito in Illinois, negli Stati Uniti, per sviluppare un progetto di ricerca su sistemi di robotica e produzione di materiali innovativi. Ha lavorato al progetto del Dreamliner 787, quel progetto che ha poi rivoluzionato l’industria dell’Aerospace. “Un nuovo concept di aereo, in cui la forma individuata dalla Boeing doveva essere realizzata con la robotica e l’intelligenza artificiale attraverso materiali sostenibili, ovvero materiali innovativi che dovevano resistere nel tempo.” Ha così contribuito a cambiare il modo in cui si era sempre costruito nell’Aerospace, passando da una tecnologia che utilizzava un materiale isotropico come l’alluminio ad un’altra che invece usa la plastica, un materiale anisotropo. Un aereo costruito proprio con un processo di stampa 3D, o come meglio definito da Max Moruzzi “un processo di Automated Composite Material Layup, ovvero di additive manufacturing, che da quel momento in poi ha contaminato anche altri settori come l’automotive ed il construction.”

 

L’argomento della stampa 3D è oggi molto attuale, ma il più delle volte viene visto solo come un sistema che utilizza l’intelligenza artificiale per costruire qualcosa layer per layer. In realtà secondo Max Moruzzi: “l’additive manufacturing per essere veramente innovativo deve invece prevedere un nuovo processo mentale di aggregazione del lavoro nelle sue fasi, con una gestione intelligente di numeri e geometrie secondo le proprietà fisico-meccaniche dei materiali.” In tal senso, oggi i processi di stampa 3D hanno potenzialità inespresse e non sviluppano efficacemente i concetti di sostenibilità e libertà delle forme. Ciò succede per la permanenza di diverse barriere che limitano la crescita e la diffusione di un nuovo pensiero tecnologico. Barriere che dipendono da un “un conservativismo della politica e dei mercati, ove le istituzioni rimangono passive rispetto all’introduzione di norme specifiche per la certificazione dei materiali prodotti con stampa 3D, ove molte imprese manifatturiere più che favorire nuovi sviluppi, rimangono invece concentrate sui processi già consolidati.” Un gap culturale non indifferente che secondo la visione di Max si potrebbe colmare solo “con un’azione di education e, grazie alla stessa intelligenza artificiale, anche attraverso strumenti di  “auto-training”.

 

Ma cosa propone oggi in concreto Max Moruzzi per colmare questo gap culturale? Propone una nuova stampante 3D: un progetto che nasce dalla collaborazione con un'azienda manifatturiera italiana del Veneto, la Breton SpA, azienda che storicamente ha sempre fatto macchine utensili e che oggi sente la necessità di investire  in innovazione. Una stampante 3D che sarà pronta per il prossimo periodo natalizio e che avrà il primato di essere la più grande mai realizzata in Europa. Una macchina che permetterà di costruire "prototipi e dimostrazioni scientifiche con l'intento di educare e rimuovere il più grande ostacolo allo sviluppo della tecnologia di stampa 3D". Un progetto che ha così l’obiettivo di creare “uno strumento educativo, qualificante e di coinvolgimento". E quali saranno i prototipi prodotti da questa nuova stampante 3D? Una "smart façade , una facciata che come sostiene l’autore: ”non ha limiti di forma, di materiali - ad esempio, può prevedere l'utilizzo di plastiche riciclate - e che può essere "viva". Un prototipo progettato per aggiungere e integrare materiali diversi, anche ad esempio conduttivi, in modo da far funzionare la facciata stessa come una batteria ". Una facciata viva "significa anche che la caratterizzazione delle sue forme può contare sull'utilizzo di materiali specifici  che contribuiscono attivamente alla pulizia dell'aria, rendendo così l'edificio stesso come un grande polmone".

 

Non è un caso che tale prototipo riguardi proprio l’architettura e le costruzioni. Max Moruzzi vede nell’’architettura un qualcosa che gli appartiene, come un suo vestito, e, per questo si interroga anche sul suo futuro. Lui pensa che “spesso molte costruzioni sono già vecchie nel momento in cui sono terminate” e che per innovarle “ si potrebbero invece iniettare materiali e vita nell’architettura stessa.” Per questo, vede la vera sfida del 3D printing nel settore dell’architettura in quanto appartiene all’ecosistema delle persone.

 

Dall'ingegneria aerospaziale all'architettura sostenibile. Un'esperienza che mostra un filo conduttore in una ricerca volta ad indagare sulla vocazione delle forme, dei numeri e dei materiali "sia sotto l'aspetto macroscopico che microscopico". Una visione secondo cui “accoppiando la geometria ai numeri è possibile dare una forma alla vita dei materiali”. Usando le sue parole questo significa che: "se prendi il singolo atomo di carbonio dalla tavola di Mendeleev e lo componi in un tetraedro ottieni un diamante, se lo componi in un esagono ottieni la grafite, e la composizione può andare avanti all'infinito". Ma come si può tradurre un concetto così teorico in un sistema concreto che riguardi la vita reale?  L’ingegnere emiliano pensa che in un futuro non così lontano, le Smart Cities si potranno sviluppare proprio attraverso lo sfruttamento di un digital twin tra i livelli macro e micro sia delle forme che dei numeri, “dove le forme macro soddisferanno le esigenze degli utenti, degli spazi e dell'ambiente, e le forme micro restituiranno invece le risposte dei materiali agli utenti stessi. Immagina quindi che l'architettura e le sue facciate potranno prendere vita come dei "cube sats". Ci dice che così tutti i cellulari si potrebbero caricare automaticamente, così come  le macchine elettriche, le quali potrebbero diventare veramente un concreta alternativa alla mobilità tradizionale. E tutto questo secondo lui è davvero possibile solo attraverso una nuova interpretazione dell'additive manufacturing: con quel “processo di stampa 3D degli edifici che può essere davvero innovativo solo se permette ai materiali di parlare attraverso l'integrazione  fisica e chimica dei vari componenti. Così come accade in natura. "Come accade nella retina dell'occhio umano, che ha una forma che segue una mappatura geodesica secondo la linea di minima energia, ma che in effetti “sintetizza l'armonia delle diverse esigenze e risposte del corpo umano stesso.” Una integrazione naturale che può determinare la vita delle cose, che può così anche innescare un coinvolgimento razionale ed emotivo delle persone.

 

In effetti nel corso della storia è sempre avvenuto che l’architettura si sia evoluta grazie all’innovazione tecnologica. Vi sono stati cambiamenti epocali che hanno interessato il linguaggio della comunicazione umanistica e scientifica in virtù di nuovi strumenti di dialogo con la natura delle cose e con il mondo stesso. Oggi il 3D printing rappresenta una tecnologia con potenzialità inespresse, che può rispondere alle esigenze o emergenze del pianeta, che può in effetti determinare in architettura una diversa espressività ed una nuova libertà creativa così come in altre discipline. Può forse determinare una nuova epoca.

 

Qui sotto trovare la trascrizione completa dell'intervista che Antonello Magliozzi, Head of Design & Engineering Arcadis, ha realizzato con Max Moruzzi:

 

Antonello Magliozzi: Max tu sei un ingegnere italiano con una laurea magistrale in aerospazio e una carriera ventennale nella progettazione di applicazioni software avanzate per l'automazione dei processi produttivi. Nella tua carriera professionale c’è un filo conduttore: la ricerca dell’innovazione nei materiali. Da dove nasce la tua cultura, ci racconti come la tua sensibilità verso l’innovazione e la sostenibilità sia cresciuta nel tempo?

 

Max Moruzzi: Tutto è iniziato sull’Appennino Tosco-Emiliano, li è dove sono cresciuto e dove ho iniziato ad appassionarmi di numeri e geometrie sebbene nella mia famiglia fossero tutti dedicati al settore agroalimentare. All’università ho completato gli studi in ingegneria aerospaziale al Politecnico di Milano viaggiando ogni giorno da Piacenza a Lambrate ed ho così conosciuto alcune realtà interessanti e, ancora una volta, come la geometria ed i numeri potevano dare la possibilità di esprimere un linguaggio altrimenti difficile da comunicare. Un digital twin ante litteram. Grazie all’ingegneria aerospaziale ho immaginato di portare tale linguaggio in altri settori. Ho poi iniziato un percorso di crescita piuttosto standard per quegli anni, ho insegnato matematica ed ho fatto consulenze su tecnologie e robotica nel settore food & beverage in Emilia Romagna. Ad un certo punto mia moglie ha risposto a mia insaputa ad un’inserzione di lavoro per una posizione di ingegnere aerospaziale negli Stati Uniti, dove si volevano sviluppare nuovi concetti di robotica applicata al aerospace, ed ho così ricevuto una chiamata senza conoscere il motivo. Una proposta di lavoro che ho accettato e che ha influito in modo significativo sul mio percorso di crescita verso l’innovazione. Mi sono così trasferito con tutta la famiglia negli States ed ho iniziato a lavorare al progetto del Dreamliner 787. Quello che poi avrebbe cambiato tutta l’industria del aerospace. Un nuovo concept di aereo, in cui la forma individuata dalla Boeing doveva essere realizzata con la robotica e l’intelligenza artificiale attraverso materiali sostenibili, ovvero materiali innovativi che dovevano resistere nel tempo. Siamo così passati dal tipico alluminio, un materiale isotropico che aveva dominato nel aerospace, ad una plastica. Abbiamo costruito un “aereo di plastica”. All’epoca non c’era niente, non c’erano i concetti, non c’era la matematica, c’era solo una forma, un’idea e qualche validazione. Non c’era il sistema per poterlo realizzare. Questa è stata la sfida: innovare un settore nelle forme, nella produttività, nell’automazione, nei costi, nelle performances e tutto. Da li è iniziata la maggior parte della mia carriera che si è poi sviluppata verso materiali avanzati, matematica avanzata, e digital twin con accoppiamento fisico dei processi di rappresentazione e produzione. Il bello è stato come questo progetto ha davvero cambiato l’industria del aerospace. Oggi non c’è più un azienda dell’aerospace che non abbia all’interno dei suoi processi i polimeri, le plastiche ed i robot di automazione. Ma la cosa interessante è che tutti questi processi, questo nuovo modo di lavorare, ha "contaminato" anche altri settori. Oggi tali processi stanno entrando nel mondo del automotive, ma anche nel mondo dell’architettura e del construction. L’utilizzo dei polimeri, delle plastiche riciclate, nasce infatti dall’esperienza fatta proprio con il progetto Dreamliner, quello che ha fatto vedere un’opportunità diversa.

Boeing 787 Dreamliner

Un Boeing 787 Dreamliner della TUI in fase di decollo

 


Antonello Magliozzi: È davvero un bel percorso che racconta le radici di una trasformazione che ha rivoluzionato un’industria! Un’evoluzione che hai vissuto in prima persona e che poi ti ha portato ad essere tra i primi  ad utilizzare i processi di stampa 3D. Raccontaci che cosa è per te la stampa 3D

 

Max Moruzzi: La stampa 3D rientra in un concetto molto più ampio che viene definito "additive manufacturing". Un processo secondo cui costruisco qualcosa aggiungendo materiale piuttosto che toglierlo grazie a sistemi di automazione. Un’intelligenza artificiale che viene montata sui processi di trasformazione per  governare le forme e l’uso creativo di materiali innovativi. Nel suo complesso l’additive manufacturing consente di costruire più o meno come si è sempre fatto manualmente, anche se tale processo non replica, e non può farlo, le fasi di lavoro tradizionali. Quando si è fatto additive manufacturing con robotica pensando di replicare il lavoro delle persone nelle diverse fasi, così come è avvenuto ad un certo punto nell’industria automotive, non si è infatti riusciti a dare una vera innovazione all’industria. Sono rimaste immutate le inefficienze che esistevano in precedenza. Per essere veramente innovativo, l’additive manufacturing deve invece prevedere un nuovo processo mentale di aggregazione del lavoro nelle sue fasi, con una gestione intelligente di numeri e geometrie secondo le proprietà fisico-meccaniche dei materiali.

Sì, negli ultimi anni sono stato molto coinvolto nella stampa 3D. Il progetto Dreamliner è iniziato proprio come un processo di stampa 3D. La plastica, materiale anisotropo che ha caratteristiche che dipendono dalla forma, è stata stesa strato per strato al fine di esaltarne le diverse caratteristiche, al fine di trovare la configurazione più utile per i componenti aerospaziali. Questo mi ha fatto capire subito quanto fosse importante nella stampa 3D combinare più concetti, mi ha aiutato anche a capire quanto fosse importante un pensiero progettuale specifico per determinare la vera libertà delle forme e la sostenibilità delle soluzioni. In effetti, la stampa 3D va oltre la costruzione di qualcosa strato per strato!



 

Antonello Magliozzi: In che modo vedi possibile l’applicazione di questi concetti scientifici al mondo dell’architettura e delle costruzioni?

 

Max Moruzzi: Oggi viviamo in un periodo che rappresenta una svolta epocale. Nel campo della stampa 3D così come in quello dell'architettura e dell'edilizia, c'è più conoscenza che tende a fondersi per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità, libertà di forme e personalizzazione. Oggi parliamo di come personalizzare case, residenze ad esempio. Non parlo della Freedom Tower a Mhanattan, che fa parte di discorsi più complessi, con costi diversi e una missione diversa. Parlo di semplici residenze costruibili a basso costo con sistemi di stampa 3D, con attenzione a quei materiali che possono inquinare meno il pianeta. Un'architettura per la quale è possibile stampare in 3D non solo i polimeri di base, ma anche la plastica riciclata: non stampo solo i polimeri, ma li abbino anche al bambù. In architettura posso davvero esprimere tutto il potenziale della stampa 3D! Tu sei un architetto, se avessi a disposizione alcune delle macchine su cui sto lavorando, sono sicuro che potresti esprimere tutta la tua creatività, senza sentire i limiti dettati da costi insostenibili. Quei limiti che derivano da un approccio tradizionale. La stampa 3D elimina molte barriere che limitano oggi il settore edile e la progettazione architettonica.

 

Antonello Magliozzi:È interessante la tua visione dell’architettura: un pensiero sull’architettura del futuro che racconta nuove forme di esplorazione e ricerca. Lo è ancora di più perché non sei un architetto per professione e quindi puoi vedere la materia secondo nuove prospettive. Come ti sei avvicinato al mondo dell’architettura, perché ti interessa così tanto?

 

Max Moruzzi: Alla fine l’architettura e le costruzioni fanno parte della nostra vita. È una cosa che vive con noi. Magari l’aereo lo prendo, ma non ci vivo in costante. Invece potrei dire che mi appartengono: la sala dove faccio la riunione, dove presento i miei progetti, dove innovo, oppure gli spazi dove mi ritrovo con la mia famiglia, dove ho modo di trovare pace e rilassarmi. Questi ambienti sono alla fine il mio vestito. L’architettura mi interessa perché penso che da un certo punto di vista mi appartiene. E allora penso anche a come potrebbe essere. Penso che oggi spesso molte costruzioni sono già vecchie nel momento in cui sono terminate. Penso invece che con il 3D printing si potrebbero iniettare materiali e vita nell’architettura. Si potrebbero cioè far parlare le stesse costruzioni in quanto hanno qualcosa da dire e potremmo così  ascoltarle senza porci dei limiti. Ecco perché mi interessa.

 © Autodesk

 


Antonello Magliozzi: Il mondo della stampa 3D applicata alle costruzioni è relativamente giovane e sicuramente ci sono molti argomenti che devono essere ancora approfonditi ed esplorati. Quale è la tua opinione su tale argomento? Esiste sull’argomento un gap tecnologico o culturale?

 

Max Moruzzi: Effettivamente esiste un gap culturale non indifferente, soprattutto per quanto riguarda l’approccio al lavoro e la conoscenza dell’argomento. Il 3D printing richiede un cross functional ed un crossing working che spesso non c’è. Si tende infatti a lavorare in modo molto settoriale, mentre il 3D manufacturing richiede la combinazione e lo sforzo di più scienze. Io sono stato tra i primi a pensare che la stampa 3D poteva servire a produrre non solo oggetti di piccole dimensioni, ma anche costruzioni alla scala degli edifici. Devo però dire che mentre ho lavorato ad “estrudere progetti”, mentre ho insegnato a diverse start-up a lavorare con il 3D printing, ho valutato l’esistenza di una grossa barriera allo sviluppo delle stesse tecnologie nella mancanza di un education diffusa.. Una barriera che è da ricercare anche in un conservativismo della politica e dei mercati, ove le istituzioni rimangono passive rispetto all’introduzione di norme specifiche per la certificazione dei materiali prodotti con stampa 3D, ove molte imprese manifatturiere più che favorire nuovi sviluppi, rimangono invece concentrate sui processi già consolidati. Mentre molti innovatori e designer oggi si dirigono verso la nuova tecnologia del 3D printing, la materia non è infatti ancora supportata significativamente da norme specifiche e nemmeno dagli investimenti di imprese o di case ingegneristiche classiche, le quali sono spesso spaventate proprio da tale carenza normativa. Anche nelle università degli Stati Uniti sono davvero poche le realtà in cui è possibile sperimentare tali tecnologie per realizzare opere di grandi volumi o dimensioni. E, proprio negli Stati Uniti tale mancanza di studi specifici e di normativa può essere bypassata solo con strategie di “walk around”. Per procedere alla realizzazione di costruzioni con processi di 3D manufacturing queste richiedono infatti polizze assicurative molto costose, con investimenti a volte superiori a quelli dei buildings stessi. Ciò per sola carenza normativa e conoscenza del settore. Quindi, in tal senso, oggi anche i costi possono costituire una barriera importante per uno sviluppo sostenibile di tale tecnologia. Esiste quindi davvero un gap nella conoscenza, sperimentazione e certificazione dei prodotti della stampa 3D. Un gap che a mio avviso si può colmare solo con un’azione di education e, grazie agli strumenti dell’intelligenza artificiale, anche attraverso strumenti di  “auto-training”.

 

Antonello Magliozzi: So che tu stai realizzando un importante progetto di stampa 3D riguardante l’edilizia in Italia. Potresti descriverci in cosa consiste e quali innovazioni contiene?

 

Max Moruzzi: È un bellissimo progetto nato dalla collaborazione con un’azienda che si trova a nord di Venezia che si chiama Breton. Un’azienda che storicamente ha sempre realizzato macchine utensili e che ad un certo punto ha sentito l’esigenza di entrare nel mondo del 3D printing e, soprattutto, in una maniera diversa. Il progetto fa leva sul forte background di conoscenza di materiali edili dell’azienda promotrice e prevede la costruzione di una macchina innovativa di 3D printing, con l’obiettivo di rivoluzionare il mercato dell’edilizia. È una macchina di grandi dimensioni che sarà terminata prima di natale, e che per un certo periodo di tempo potrà avere il primato di essere la più grande mai realizzata in Europa. Al di la delle dimensioni, tale macchina è diversa rispetto ad altre già fatte per il modo in cui è concepita, perché include sistemi di l’intelligenza artificiale che consentono la produzione di forme e combinazioni di materiali, altrimenti difficili da realizzare. Questa macchina ci consente di fare prototipi e dimostrazioni con l’intento di educare e rimuovere la barriera più grande allo sviluppo della tecnologia della stampa 3D. Uno strumento educativo, qualificativo e di engagement: Diventerà una penna magica che aiuterà architetti come te a personalizzare i propri progetti.

 

Antonello Magliozzi: E quali saranno i prototipi che hai in mente di realizzare?

 

Max Moruzzi: Il prototipo su cui sto lavorando riguarda una facciata intelligente e dunque una parte in genere importante della costruzione. Cosa intendo con una facciata intelligente? Intendo prima di tutto che questa non ha limiti e complessità di forma. N.2, non ha limiti di materiali che possono essere utilizzati: posso veramente utilizzare dei materiali sostenibili, quali ad esempio plastiche riciclate. N.3 significa che questa è viva. Significa che il prototipo è pensato per aggiungere ed integrare materiali diversi, anche ad esempio quelli conduttivi che possono rendere la stessa facciata una batteria. Oppure, significa che le forme della facciata ed i materiali introdotti possono contribuire a pulire l’aria facendo diventare il palazzo un grande polmone. Invece di produrre la CO2  il prototipo della facciata può produrre ossigeno, non dico che può ridurre l’entropia perché questo non si può, ma sicuramente può aiutare a preservare il pianeta.

 

Antonello Magliozzi: Dall’ingegneria aerospaziale all’architettura sostenibile. La tua esperienza mostra sempre interessi e conoscenze eclettiche che si concentrano sulla vocazione dei materiali. Ci spieghi come lavori sulla forma dei materiali? E come pensi che i materiali innovativi come quelli dei tuoi prototipi di stampa 3D possano cambiare in futuro il volto delle città?

 

Max Moruzzi: Ho studiato forme sia nell’aspetto macroscopico che microscopico. Anzi, ultimamente è proprio l’aspetto micro e nano della geometria delle forme che mi interessa tantissimo. Alla fine accoppiando la geometria ai numeri è possibile plasmare la vita dei materiali. Mi spiego meglio. Se tu prendi il singolo atomo di carbonio della tabella di Medeleev e lo componi in un tetraedro ottieni un diamante, se lo componi ad esagono ottieni la grafite, e la composizione può andare avanti all’infinito. In architettura, combinando geometria e numeri possiamo scoprire un mondo che abbiamo appena iniziato a vedere. Possiamo scoprire la vera vocazione dei materiali. Pensando ad un futuro non troppo lontano posso dirti che la Smart City si baserà proprio su questi concetti. Il volto delle città potrà infatti cambiare attraverso la combinazione delle forme macro con quelle micro. Così in architettura potrà diventare prioritario il digital twin tra i due livelli di forme e numeri, ove le forme macro raccoglieranno le  esigenze degli utenti, degli spazi e dell’ambiente, e le forme micro restituiranno invece le risposte dei materiali agli stessi utenti. L’architettura e le sue facciate potranno diventare vivi come dei cubesat. Oggi molte aziende importanti lanciano questi cubesat per diffondere la comunicazione in tutto il pianeta e spendono miliardi di dollari. Io con un miliardo di dollari potrei cambiare completamente Milano, farla diventare un grande cubesat attraverso le facciate intelligenti dei suoi edifici. In questo modo tutti i cellulari si potrebbero caricare automaticamente, così come  le macchine elettriche, le quali potranno diventare veramente un concreta alternativa alla mobilità tradizionale, diversamente da come avviene oggi. Analogamente anche l’autonomous driving potrà veramente avverarsi grazie ad una struttura intelligente diffusa. Tutto questo grazie ad una nuova concezione dei processi di editing manufactoring: il processo di stampa 3D degli edifici che è innovativo solo se rivoluziona l’interpretazione delle geometrie e dei numeri a tutti i livelli, se riesce a far parlare i materiali delle costruzioni attraverso il controllo della fisica e della chimica dei vari componenti. Così come avviene nella natura. Per usare una metafora, così come succede nella retina dell’occhio umano, che ha una forma che segue una mappatura geodesica, che rappresenta la “linea della minima energia”, ma che raffigura molto di più: sintetizza l’armonia di diverse esigenze dello stesso corpo umano. Sono  proprio queste caratteristiche quelle che riescono determinare la vita delle cose ed a restituire engagement ed emozioni.

 

Questo articolo è uscito originariamente su WorldArchitecture.org - original version of this article available here

 

 

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