• Punto di vista

La rigenerazione dell’Italia abbandonata attraverso gli smart villages

Esiste un’«Italia abbandonata», fatta di patrimonio pubblico, ma anche privato, e di grande parte del patrimonio culturale cosiddetto «diffuso», quello che ne ha segnato la storia e la sua ricca differenza.

Antonello Magliozzi

WELL AP | Head of Design & Engineering +390200624665 Ask me a question

Dall'idea di "recupero" a quella di "rigenerazione" dei sistemi complessi

In copertina: lo smart village di Santa Fiora, in Toscana. © Sailko 

 

A 60 anni dalla Carta di Gubbio, sono ben 6.000 i borghi storici abbandonati, mentre molti altri sono a rischio di abbandono o in condizione di grave sottoutilizzo. Ciò avviene prevalentemente nell’Italia delle “aree interne”, in un territorio che supera il 60% della superficie nazionale e che contiene ricchezze poco note, che richiedono conoscenza e valorizzazione, e che costituiscono materia per un possibile rilancio dell’economia dal livello locale a quello nazionale.  

 

Ma come si può rilanciare tale parte d’Italia? Come si possono rigenerare e rendere fruibili e produttive tali “città fantasma” ed i “territori nascosti”? Per dare una risposta a tali domande e, nello stesso tempo, individuare le traiettorie di un possibile sviluppo, è utile comprendere i processi di crescita culturale attualmente in corso. 

 Valle dell'Ofanto

 La Valle dell'Ofanto, in Puglia © Federico Verderosa

 

L’evoluzione culturale e le azioni intraprese negli ultimi dieci anni hanno determinato la trasformazione dell’idea di recupero in rigenerazione dei sistemi complessi, con una nuova chiave di lettura dei temi della pianificazione e della valorizzazione del territorio.  

Un processo che ha influito a dare una nuova spinta verso programmi che uniscono l’interesse pubblico a quello privato, nella direzione di una governance sostenibile. Ciò è di fatto avvenuto in due principali piani strategici, il primo in Italia ed il secondo in Europa. In Italia, dal 2013 con il programma SNAI, “Strategia Nazionale delle Aree Interne”, creato per sviluppare concretamente la coesione territoriale e per contrastare la marginalizzazione ed i fenomeni di declino demografico in 72 aree, 1077 comuni per 2.072.718 abitanti. In Europa, invece, dal 2017 con il “Piano d’azione per gli Smart Village” a sostegno delle aree rurali, creato per incentivare un nuovo modo di pensare la rigenerazione delle “aree interne dimenticate” attraverso la ricerca, l’innovazione e la digital transformation. 

  

L'Italia divisa nelle 72 aree del programma SNAI © Cipe


Nel corso degli sviluppi di tali nuovi modelli di rigenerazione delle aree interne è stato così possibile analizzare le criticità occorse e, nello stesso tempo, individuare le possibili soluzioni per l’accelerazione degli stessi processi. In particolare, il programma SNAI, che non è decollato effettivamente nonostante i finanziamenti e le aspettative, ha evidenziato quanto l’inerzia sia dipesa dalla persistenza delle vecchie abitudini amministrative unitamente alla tendenza verso un "micro-design". Ciò anche per la carenza di un unico linguaggio e di una medesima cultura tra tutti i soggetti che hanno partecipato ai progetti di sviluppo. 

 

È per questo nata l’idea della necessità di un percorso formativo specifico per tutti gli stakeholders, come quello del Master Universitario di II livello in “Architettura e Progetto per le Aree Interne -  RiCostruzione dei Piccoli Paesi”, promosso ed organizzato dal Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e dal Consiglio Regionale della Campania. Il Master, oggi al termine del secondo ciclo, è infatti finalizzato a formare i progettisti, così come i dipendenti della pubblica amministrazione e le aziende private, ed offre un percorso formativo utile all’accelerazione culturale richiesta dal progetto SNAI.     

Toscana 

 

 

Tornando al quesito di come si possono rigenerare le aree dell’Italia abbandonata e di come si possono rilanciare le economie, ecco le risposte sulla base della “lesson learned”. Il processo di sviluppo è complesso, richiede un’azione strategica nello stesso tempo locale e globale, richiede tempi sia per la crescita culturale di tutti gli stakeholder, sia per la formazione di progetti molto estesi in termini di territorio e di impegno finanziario. Richiede, in ogni caso, un approccio olistico e moderno: quello espresso nel progetto “Smart Village”. 

 

Oggi assistiamo ad un cambiamento epocale sostenuto dalle iniziative in atto e, sebbene i risultati siano ancora poco visibili, è possibile affermare che c'è una possibilità positiva di sviluppo. Ma il patrimonio abbandonato non può essere recuperato semplicemente attraverso iniziative di governance pubblica! Deve invece essere riattivato in progetti che soddisfano le esigenze di sostenibilità economica, sociale e ambientale, e quando questa sostenibilità è un intento comune di tutti gli attori coinvolti, dai progettisti ai policymakers fino agli investitori. Il recupero del patrimonio esistente, di quel gran pezzo di Italia spopolato e depauperato nell’ultimo secolo, scaturisce infatti dal soddisfacimento di molteplici requisiti. Requisiti inerenti l’ingegneria dei progetti in termini di funzionalità energetiche, sismiche, tipologico/funzionali ed ambientali. Requisiti riguardanti il restauro ed il riuso del patrimonio con componenti estetiche urbane e paesaggistiche secondo le norme di tutela. Non ultimo, requisiti di carattere economico-sociali, ovvero quelli che determinano una proficua riattivazione degli spazi rendendoli vivaci e produttivi attraverso processi innovativi ed intelligenti. Requisiti che devono essere soddisfatti in toto per rigenerare l’Italia abbandonata. 

 

Tanto lavoro, una sfida che spesso spaventa! Specie in Italia, con la lentezza dei suoi apparati burocratici. È però questa la sfida più importante per numeri, dimensioni e valori dell’Italia, e che potrà raccontare in futuro una storia diversa. Una sfida che oggi, anche durante la seconda ondata di contagi della pandemia, non si può fermare e non si ferma, così come testimonia la nascita del primo smart village italiano. Santa Fiora, cittadina toscana anche nota come “la città dell’acqua e della musica”, diventa infatti “smart village” a metà ottobre 2020 ed invita i lavoratori di tutti Italia a ripopolare le sue case e le sue strade. Un esempio, che racconta come si può innescare un processo di rigenerazione territoriale in tutte le sue componenti pubbliche e private mediante i driver dell’innovazione e del “benessere suburbano”, con l'obiettivo di valorizzare il patrimonio italiano. 

 

 

 

Questo articolo è uscito originariamente su WorldArchitecture.org - original version of this article available here

 

 

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Antonello Magliozzi

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